Racconto per Grazia
Cari lettori e lettrici, un paio di settimane fa è uscito in allegato e in esclusiva per la rivista Grazia un mio racconto inedito. Ho chiesto se potevo pubblicarlo qui sul blog per le persone che se lo sono perso in edicola e mi hanno autorizzata! Ringrazio dunque la direzione di Grazia per la gentilissima concessione e ve lo pubblico qui di seguito col titolo originale (che era troppo lungo). Buona lettura!!
Improvvisazione a due voci
(piccante con brio)
I
Sabato mattina. Francesca per una volta ha preso un giorno libero dal lavoro senza nessun motivo particolare. Svagata e curiosa come una bambina al parco giochi attraversa il mercato in cerca di melanzane, ciliegie, due o tre paia di mutande nuove e qualche vicino di casa, conoscente o sconosciuto che il caso vorrà farle incontrare. L’energia brulicante del mercato all’ora di punta palpita come un cuore vivo, irrorando tutto il quartiere: Claudio del banco frutta e verdura declama le sue solite dichiarazione d’amore al limite dell’osceno, davanti alla moglie che non manca di vendicarsi schernendolo per le dimensioni poco bellicose del suo pene; il giovane bengalese del banco casalinghi parla con perfetto accento locale; i vecchietti giocano a scacchi davanti al Vini e oli come isolati in una bolla di concentrazione salvo quando gli scappa qualche bestemmia e fanno fare il segno della croce ad Aida, la corpulenta ostessa fedelissima di Sant’Antonio dal giorno in cui le ha fatto ritrovare la fede nuziale rotolata via tra i banchi del mercato; Rosaria la pazza, una tizia dall’età incalcolabile che si tira dietro buste e buste di cianfrusaglie in un carrello ad honorem con cui il minimarket di fronte la ha omaggiata quando sventò il furto di una confezione di gianduiotti formato famiglia; e infine lo scatenato Tommasino, autore del suddetto furto e figlio di Aida, nonché motivo da quel giorno di un’irriducibile rivalità tra le due donne...
Peccato che questi microcosmi spontanei e imprevedibili che Francesca tanto ama siano proprio i posti in cui più corre il rischio di trovarsi di fronte la realtà, ovvero qualcosa che rischia di cozzare brutalmente con le sue proiezioni romantiche di un mondo perfetto e armonioso. Francesca non fa in tempo a vedere Rosaria che incede con piglio minaccioso verso di lei che quella, armata del suo peggiore sguardo torvo, le urla dritto in faccia:
- Tu sei una cassapanca!
- Addirittura, e cioè sarebbe a dire?
Risponde Francesca, tentando inutilmente di fare la sciolta che non si fa imbarazzare dai pazzi per strada, mentre gli altri passanti del mercato e alcuni banchisti già si voltano ad ascoltare.
- Eh, ce l’hai presente una cassapanca o non ce l’hai? Sei frigida come una cassapanca, come un comodino, come un armadio a muro!
Suscitando uno spontaneo scoppio di ilarità generale e una risatina isterica di Francesca che passa al bancone successivo fortuitamente fornito di occhiali da sole, ne inforca al volo il paio più coprente, paga la cifra esatta in monete e imbocca la via di casa alla velocità della luce.
Al di là della cocente e indelebile umiliazione nel suo mercatino del cuore, Francesca cammina verso casa senza riuscire a pensare ad altro perché Rosaria, pazza o sensitiva, ci ha preso in pieno. È un secolo che non viene sfiorata non solo da un uomo in carne e ossa, ma neanche da un briciolo di desiderio per chicchessia. Ormai è quasi un anno e mezzo. E ci avrebbe fatto quasi pace se oggi quella vecchia strega non avesse tirato fuori la polvere da sotto il tappeto.
Ma ecco la porta di casa, chiavi nella toppa, la porta che si apre e Francesca entra in casa, finalmente sola e al riparo da tutto quello che non riesce a far combaciare con le sue aspettative di un’esistenza perfettamente felice. Ha già cominciato a sentirsi meglio quando il telefono squilla prepotente e rompe come un singhiozzo molesto il suo sospiro di sollievo:
- Sì, pronto?
- Buongiorno signora, chiamo per conto della S&S ricerche di mercato, posso farle alcune domande sul suo stato di famiglia?
- Oh no! Eh che cazzo! Oddio scusa! Non ce l’ho con te, puoi farmi tutte le domande che vuoi ma tra un minuto che il gatto mi ha appena vomitato una palla di peli sul cuscino.
- Va bene, l’aspetto.
- Puoi anche darmi del tu, mi sembri un ragazzo, io ho 27 anni.
- Io ne ho 29 in effetti, ma dare del lei è la prassi. Procedi pure a rimuovere il souvenir, ti aspetto.
- Ho il cordless. Posso intrattenermi con te con una mano e pulire il vomito con l’altra.
- Che onore.
- Fatto. Dicevi? Ah già! Lo stato di famiglia, spara la prima domanda.
- Hai figli?
- No, ho un gatto.
- Gattara dunque.
- Non mi dire che esisteva anche l’opzione di risposta “gattara”! E comunque non sono gattara, ho solo un gatto e faccio la Veterinaria.
- E sei permalosa.
- Ma è una domanda del questionario o stai improvvisando?
- Secondo te?
- Ma ai call center vi prendono solo se siete sufficientemente piacioni e sadici?
- No, solo se siamo disperati.
- Dai, sei disperato?
- Novanta centesimi a telefonata. Lordi. E non è una battuta.
- Cazzo, e io che mi lamento del mio stipendio.
- È la seconda volta che dici cazzo, è una parola che ti piace in modo particolare?
- Ma sei un genio dell’indagine telefonica, se se ne accorgessero forse arriveresti a un euro tondo tondo a telefonata!
- Complimenti per il sarcasmo ma non hai risposto.
- Beh sì, la trovo molto efficace, e poi in effetti è una bella parola, e una gran bella invenzione della natura. Cosa deduce il tuo cervellone analitico?
- Che sei una persona che ha un rapporto potenzialmente sereno col sesso.
- Potenzialmente? Cioè sarebbe a dire? E attento che sto quasi per offendermi.
- Lo dicevo che sei permalosa. Dico potenzialmente perché noi cervelloni dell’interpretazione di voci siamo consapevoli della fallibilità delle nostre prime impressioni.
- Mi congratulo. Sempre più sprecato per un call center, forse dovresti provare a passare a un telefono amico.
- Accidenti signorina, come punzecchia quando vuole!
- In realtà guardi, è lei che mi suscita queste reazioni, solitamente dal vivo sono facile all’imbarazzo.
- Perdoni ma non ci credo.
- Oggi per esempio una pazza al mercato mi ha gridato in faccia e davanti a tutti che sono frigida, mi ha dato della cassapanca! E io volevo solo scomparire. Perché le risposte geniali mi vengono in mente solo subito dopo aver perso l’attimo in cui avrei potuto dirle?
- Perché cosa avresti voluto risponderle?
- Ma, senti un po’, di cosa cavolo stiamo parlando? Io neanche ti conosco! Non mi devi fare il questionario?
- Cambi discorso solo perché una risposta perfetta per la pazza non l’hai ancora trovata.
- Cazzo, hai ragione.
- Sei tornata a dire cazzo, buon segno direi.
- Odio essere sgamata.
- Lo so.
- Ma che ne sai? Non sai neanche chi sono.
- Lo so come so che ti piace il sesso ma che ultimamente hai un rapporto difficile col tuo corpo.
- Ma come ti permetti? E che ne sai?
- Beh, sei dotata di ironia dunque non devi essere tanto male a letto, ma la frase della pazza ti avrebbe solo fatta ridere se non avesse toccato un tasto dolente.
- ...
- Ok, ho esagerato, scusa, sono stato invadente, ma oggi è stata una giornata pessima, e parlare con te, te lo giuro, mi ha rianimato.
- Perché è stata pessima?
- Mi sono preso diversi vaffanculo perché ho svegliato alcune persone che giustamente di sabato si godevano il sonno mattutino da settimana corta.
- E io ti ho rianimato?
- Beh, diciamo che la tua inattesa apologia della parola cazzo non me la dimenticherò credo finché campo.
- Mi fa piacere. Tu mi dai un po’ sui nervi ma è divertente sentire le tue ipotesi su di me. In fondo basta che non confermo né smentisco.
- Bene, deduco che hai in programma di stare al telefono con me ancora per un po’. Sbaglio?
- Ma non controllano quello che dite i vostri capi?
- Cazzo sì! Cioè, non controllano sempre tutto, ma fanno dei controlli random, a meno che non sei sospettato di lavorare male, e allora ti stanno col fiato sul collo. Ma hai risposto di nuovo a una domanda con una domanda.
- Tanto dobbiamo attaccare. Però sei tremendo, non me ne fai passare una!
- Ho questo vizio di ascoltare quando qualcuno parla, deformazione professionale. Ora ti lascio. È stato bello.
- Per me no. È stato bellissimo.
- Dai che se qua mi controllano le registrazioni pare che abbiamo fatto le porcherie al telefono!
- Sarebbero solo tutti invidiosi.
- E sarebbe un ottimo motivo per perdere questo schifo di lavoro.
- Grazie.
- Grazie a te.
Qualche secondo di silenzio. Poi lui attacca. A Francesca restano tante parole nella testa e un senso di vuoto. E certo! Non mi ha neanche detto come si chiama! Ma chi se ne importa, resterà il ricordo della voce... In effetti proprio una cosa romanticissima, in perfetto stile film sentimentale hollywoodiano. Ma no! No! Chi se ne frega del romanticismo! Come si chiamava l’azienda per cui lavora? Memoria di merda! Informazione cancellata. Francesca si stende sul divano e si accorge di essere emozionata. Fisicamente emozionata. Possibile che uno sconosciuto al telefono mi abbia fatta palpitare in questo modo? Ma che pena! Mi sono arrapata come con un 144! Ma non si trattava di un servizio preconfezionato a pagamento, è stato un evento assolutamente casuale, di quelli inaspettati e geniali che il caso lascia cadere qua e là nelle nostre giornate e che raramente cogliamo al volo. Quindi, anche se non porterà a nulla, Francesca si accontenta decisamente del sorriso ebete che ha stampato in faccia e del vago turbamento che ancora avverte alla bocca dello stomaco e, non ultimo, tra le gambe.
II
Cuffie al chiodo. Per oggi basta così. Non si può passare da una conversazione del genere a una casalinga annoiata o peggio a un altro vaffanculo ma chi ve l’ha dato il mio numero. Francesca, Veterinaria, e chissà quali altre cose. Meglio non saperlo. Ma è presto per tornare a casa, lì c’è sicuramente Patrizia in fibrillazione che organizza il sabato sera danzereccio a cui Lorenzo continua a partecipare solo per pura, mortale accidia. Convivono da due anni ma, in fin dei conti, chissà perché. Lorenzo è da un po’ che ci pensa, ma una cosa è pensare, seppur accidiosamente, un’altra è rivoluzionare la propria vita per qualcosa che magari è solo il classico periodo di stanca. Magari? Forse dopo questa telefonata non più tanto magari. Maddai. É stata solo una chiacchierata. Eppure ecco che già si fa strada, tra i pensieri troppo a lungo immobili di Lorenzo, un’azione. Non fa in tempo a considerare cosa sta facendo che ha già copiato su un pezzetto di carta il numero di telefono e soprattutto l’indirizzo di Francesca Migliozzi. Magari la vedo ed è bruttissima e così la finiamo con questa stronzata. Si giustifica penosamente con sé stesso. Il pensiero di vederla lo fa sentire cretino ma vivo come non succedeva da troppo tempo per non seguire l’istinto. Sicuramente è orrenda. Una gattara orrenda e permalosa piena di fisime. Chissà quali però. Vabbe’, ci vado così mi tolgo questa piccola ossessione da maritino annoiato.
E invece uscendo dall’ascensore:
- Ciao amore! Hai già finito? Fantastico! Sono venuta a prenderti perché dobbiamo assolutamente andare insieme da Ginevra, ha preso un loft al centro e fa l’inaugurazione aperitivo oggi pomeriggio prima di andare al Viveur, ci speravo tanto che venissi con me!
- Veramente stavo andando a prendere un caffè, in teoria mi mancano ancora due ore qua dentro e ho già la palpebra di piombo.
- E dai per due ore! Io non capisco come fai a prendere tanto sul serio questo lavoro quando sai benissimo che potresti andare a lavorare per mio padre e guadagnare dieci volte tanto.
- Ne abbiamo già parlato.
- Sì lo so come la pensi, ma a volte mi sembra una presa di posizione da ragazzino. È assurdo che tu preferisca questa vita da sfigato quando potresti far valere quello per cui hai studiato. Io te lo dico proprio perché so quanto vali e quanto sei sprecato qua dentro.
- Preferisco sprecarmi da solo che valere per merito di qualcun altro.
- Senti, non ricominciamo che tanto è inutile, facciamo così, se vieni da Ginevra con me ti giuro che non parlerò mai più di questa storia, ci stai?
- Ci sto.
E così Lorenzo si ritrova come al solito a seguire suo malgrado gli umori di Patrizia, come un cagnolino abbandonato che si affeziona ciecamente a un padrone che lo ha raccolto magari solo per averlo scambiato per un cucciolo di chissà quale razza pura, e poi se lo tiene perché ormai si è sparato pubblicamente le pose da benefattore. Lorenzo è cresciuto in un quartiere popolare, e durante gli studi di architettura ha sempre lavorato al negozio di ferramenta del padre, frequentando gli amici del quartiere e sentendosi sempre più a suo agio con loro che con i colleghi di università. Ma essendo fondamentalmente curioso e privo di pregiudizio aveva coltivato rapporti con entrambi i mondi, non immaginando che l’incontro fatale con Patrizia a una festa lo avrebbe giorno dopo giorno portato ad allontanarsi dalle sue origini e a scegliere, per inerzia, di frequentare alla fine solo lei e il suo ambiente certo intellettualmente stimolante, ma quanto fashion victim... Non avrebbe mai immaginato che legarsi a Patrizia e al suo mondo lo avrebbe stancato, e invece stasera si ritrova per l’ennesima volta a trascinarsi tra l’atmosfera radical-chic di un loft in stile finto povero (dove in una manciata di minuti gli salta agli occhi l’accuratezza della proprietaria nell’evitare anche un solo accessorio Ikea), la cena in un ristorante che non potrebbe permettersi, caricandosi di tensione per tutta la durata della cena sapendo che sarà Patrizia a pagare per lui, e infine allo sciccosissimo Viveur dove, mentre Patrizia ride e scherza amabilmente con tutti, Lorenzo riesce solo a sperare che tutto finisca il più presto possibile. Seduto da solo su un divanetto con un bicchiere in mano osserva Patrizia ballare, è tutta lustrini, un incanto di femmina, si muove benissimo e come al solito è circondata da uomini. Lorenzo si accorge improvvisamente che la cosa non gli dà fastidio, lo lascia per la prima volta completamente indifferente. Quello che gli dà veramente fastidio, ammette finalmente, è Patrizia stessa. Possibile che la sua allegria, l’intelligenza e le mille manie che prima adoravo adesso non fanno che irritarmi? È così che si capisce che l’amore è finito? Quando i pregi della persona che prima amavi si trasformano in condanne? Forse succede solo quando alle prime avvisaglie di qualcosa che sta morendo decidi di chiudere gli occhi. Perché poi? Per paura di restare soli? Chissà da quanto tempo questo amore è finito e ho fatto finta di niente. E poi c’è Francesca. Ma che cazzo vado a pensare? Che c’entra una tizia di cui conosco solo la voce e con cui ho scambiato due parole? Diciamo che Francesca si è trovata senza saperlo a ricoprire il ruolo del pensiero proibito che ti fa aprire gli occhi. Diciamo così e non pensiamoci più.
Lorenzo prende la giacca al guardaroba e si avvicina a Patrizia che nel frattempo è uscita fuori a fumare:
- Patri’, mi sono rotto i coglioni, me ne torno a casa.
- Come sarebbe a dire? Ma sono le tre! Adesso ti accorgi che ti stavi annoiando? Dai che tra un po’ si va via tutti insieme. Ma che sta succedendo?
- Niente tranquilla, magari ne parliamo domani con calma, anzi scusa non volevo essere aggressivo, non ce l’ho con te, il coglione sono io. Ma non mi va di aspettare.
- Va bene, mi faccio accompagnare da Ginevra. Tu magari fatti un bel bagno, ti rilassi, ci sono i sali nella mensola sulla vasca, e poi magari ti fai una bella tisana! Proprio l’altro giorno in erboristeria ne ho presa una che...
- Lascia perdere Patrizia, non c’è bisogno che ti occupi di ogni cosa, davvero, sono sfinito da tutto questo.
- Ma allora mi devo preoccupare sul serio. Aspetta, prendo la giacca. Vengo con te.
- Ma no tranquilla dove vai vieni qui! Scusami, sono solo stanco morto, mi sento addosso tutta la settimana.
- Sei sicuro che non c’è qualcosa che non va tra di noi? Qualcosa di cui dobbiamo parlare adesso?
- Sicuro.
- Allora mi ami ancora?
- Sì.
Baciandola con lancinante malinconia Lorenzo si accorge che è la prima volta che le mente sapendo di mentire.
III
Sabato sera. Francesca, come sempre da un po’ di tempo a questa parte, è a casa. Ormai ha capito che la cosa bella di uscire con le amiche nel fine settimana è solo la preparazione all’evento, le aspettative che rosolano durante i molti preparativi, come vestirsi, che scarpe scegliere, quali canzoni sparare a tutto volume per propiziare l’ignoto e imminente destino, e poi la realtà che la delude puntualmente. Nessun uomo, sempre che se ne incontri qualcuno, è mai all’altezza. Ma chi se ne frega. Fettine panate e patatine fritte in quantità e in faccia a qualsiasi dieta da tristona infelice. E per concludere in bellezza: un bel filmetto d’amore. Come al solito la scelta pende tra un polpettone sentimentale e una briosa commedia. E, immediatamente dopo, tra vecchia o nuova generazione. Casablanca o I ponti di Madison County? French kiss o Indiscreto? Certo la vecchia Hollywood non si batte, ma tra Humphrey Bogart e Cary Grant c’è da dare le testate al muro! È anche vero però che la vicinanza temporale della storia favorisce l’immedesimazione, e neanche tra un Klint Eastwood in stato di grazia e un Kevin Kline dal fascino sgualcito è facile scegliere. Alla fine di un lungo vaglio dei pro, e solo di quelli trattandosi di capolavori incontrastati nella classifica mentale dei film culto di Francesca, the best price for the saturday night movie is... Indiscreto! E per due motivi più che validi. Primo: Francesca ha deciso di andare al mare domattina appena sveglia e se stasera si scioglie in piagnistei davanti a un melodramma domani si sveglierà con gli occhi gonfi. Secondo: con tutto il dovuto riguardo per Kevin Kline e il suo delizioso accento francese nel film, Cary Grant nei panni di un elegante e fascinoso diplomatico che porta la fede e finge di essere sposato per poter trombare allegramente e senza impegno, e che invece chiaramente finisce con l’innamorarsi di Ingrid Bergman, non si batte.
Eccola dunque, piedi sul tavolo, il gatto accovacciato sulla pancia e i pensieri completamente calati in una delle più belle sofisticated comedy di tutti i tempi. Peccato che squilli il telefono.
- Ciao Francesca, che ci fai a casa da sola di sabato sera?
- Ma chi parla?
- Sono Lorenzo, avrei bisogno di farti ancora qualche domanda di quel famoso questionario. Ma ti disturbo? Che facevi?
- Niente. E non sono sola.
- Certo, c’è il tuo gatto, a proposito come si chiama?
- Behemot.
- Povera stella, ma come l’hai chiamato?
- Ignorante, è il gatto di Satana ne Il maestro e Margherita.
- Non l’ho letto. Ma non mi hai risposto: che facevi? È la prima domanda del questionario, ed è importantissima, se non rispondi mi licenziano.
- Cento punti in meno per non aver ancora letto il più bel romanzo di tutti i tempi. Mi preparavo per uscire.
- Guarda che una bugia spudorata è peggio di ammettere tranquillamente che si ha piacere a passare il sabato sera a casa, anche io per esempio sono a casa da solo, e lo preferisco di gran lunga ad annaspare nei gorghi di gente ubriaca in giro per la città e nei locali.
- È ufficiale: ti odio. Guardavo un film, ma non mi chiedere quale perché non te lo dirò mai.
- Ho capito, è un pornazzo.
- MA CHE DICI!! I film porno te li guarderai tu, segaiolo del sabato sera, io mi masturbavo sentimentalmente con un film con Cary Grant e Ingrid Bergam.
- Preferisco Grace Kelly, pensa che delizia un porno sofisticato con Grace Kelly.
- Non mi piacciono i porno, non c’è mai uno straccio di trama.
- Voi donne siete fissate con la trama.
- Voi donne lo dici a tua sorella. L’assenza di trama nei film porno è l’ennesima riprova che sono realizzati solo pensando al piacere maschile, che infatti è molto visivo. Una donna ha bisogno di qualcosa di più per stuzzicare il suo erotismo, come per esempio una storia intrigante.
- Mi arrendo. Fammi un esempio di storia intrigante.
- Mmm, va bene, ma non sono una grande fantastista, è lo stesso se non me la invento io?
- Certo.
- Nel libro Paura di volare di Erica Jong, che ha fatto molto scalpore negli anni settanta quando è uscito, c’è un racconto che mi ha, non so come dire, arrapata.
- Termine più che efficace, continua.
- Insomma, se mi ricordo bene c’è questa giovane donna seduta nello scompartimento di un treno in Sicilia, è vedova e viaggia sola. Nello stesso scompartimento ci sono altre due donne che fanno qualcosa che non ricordo, mangiano cibi casarecci mi pare. A un certo punto entra un uomo e si siede vicino alla vedova. Dopo un po’ che sono seduti le sfiora la coscia e le due signore davanti a loro non se ne accorgono. Già lì m’è preso uno spasimo! Poi le due tizie si alzano per scendere alla fermata successiva. Manca la luce e il tizio comincia a toccare la vedova sempre di più, finché si fanno una bella trombata. Vabbe’, detta così sembra una stronzata, ma quando l’ho letto mi ha proprio eccitata! E non a caso lo ha scritto una donna!
- E ti sei masturbata?
- No, ero in autobus!
- E quando sei tornata a casa?
- Ma sei tremendo! Comunque non il giorno stesso, ma qualche sera dopo cercavo un pensiero erotico per toccarmi prima di dormire e mi sono ricordata questa storia, e sì, mi sono masturbata. Ma come siamo finiti a parlare di queste cose?
- Non lo so, e giuro che anche per me è una cosa insolita. Forse non conoscendoci e non guardandoci in faccia è più facile lasciarci andare, magari essere un po’ più noi stessi, non credi?
- Comincio a credere che lavori a un call center a luci rosse.
- Beh, se così fosse ti ho chiamato io e non stai spendendo un centesimo per questa chiacchierata al limite dell’osceno. E poi secondo me ti stai divertendo.
- Che dire, parlare dei miei pensieri più intimi con uno sconosciuto non lo chiamerei proprio divertimento, comunque sì, mi piace.
- Anche a me. Hai mai conosciuto un uomo in una chat?
- Durante l’università per un periodo ho avuto questo tipo di febbre, ma poi m’è passata. E tu? Hai mai fatto le porcherie in rete?
- A dire la verità no. Non mi ha mai attirato, mi sembra una cosa da sfigati.
- E invece parlare di masturbazione al telefono con una sconosciuta?
- Non è la stessa cosa. Io non ti ho cercata, ti ho trovata.
- E ti è diventato duro?
- Sei sicura di volerlo sapere? Se lo è diventato potrei scioccarti, in caso contrario potrei deluderti.
- Credo che mi lusingherebbe nel primo caso e mi lascerebbe indifferente nel secondo. Proviamo.
- Sì, mi sono eccitato. Ma non mi sono toccato. Forse mi sembrava irrispettoso, mi sa che sono più all’antica di quanto penso. E tu ti sei arrapata a ricordare quel racconto?
- Questo non so se voglio dirtelo.
- Allora è sì!
- Bastardo.
- E come ti senti?
- Mi sento felice. È assurdo ma mi sento proprio felice.
- Forse perché non ti capitava da un po’?
- E tu che ne sai?
- La storia della cassapanca.
- Ah. Beh sì, ma ora mi sto imbarazzando. Ti sembrerà assurdo ma mi accorgo che per me è più intimo parlare di questo che dirci porcate.
- Vada per le porcate allora, e niente passato. Lo aboliamo. Che ne dici?
- Avrei decine di domande pronte pronte su di te e sulla tua vita ma non si può avere tutto. Ok, niente passato.
- E niente racconti su chi siamo o chi non siamo, se abbiamo una storia o non ce l’abbiamo, insomma, solo il momento presente.
- Accetto.
- Buonanotte allora.
- Come buonanotte?
- Non voglio strapparti così a Cary, si starà spazientendo nella sua espressione fissa da tasto pause.
- Piacione e sadico. Sadico e piacione. Almeno lasciami il tuo numero, così siamo pari e posso chiamarti anche io.
- Scherzi? Mi piace troppo l’idea di prenderti di sorpresa.
- Allora ci risentiremo.
- Ci risentiremo. Grazie per la storia del treno, magari ne faccio buon uso una di queste sere.
- Accomodati. E prepara una buona storia per sdebitarti.
- Mi sembra una bellissima idea. Mi raccomando però, se stanotte sogni di fare sesso con Cary fammi un fischio che vi raggiungo nel sogno.
- Maddai, non ti disturba il pensiero di fare sesso con una donna e un altro uomo?
- Dipende dall’uomo, certo avrei preferito uno Steve McQueen, ma dividerti con Cary Grant è un compromesso tutto sommato accettabile per fare sesso con te.
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